Ho sempre ritenuto che dialogare con le arti e comunicare attraverso di esse renda un artista una sorta di inquieto esploratore del mondo sensibile che vaga al di fuori della normalità. Nel mio viaggio mi smarrisco e mi ritrovo continuamente per i mondi che concepisco tra eclettismo ed entropia, mondi che attraverso le mie opere provo a raccontare.
Il mio primo amore è stata la musica. Ho iniziato a comporre giovanissimo fino a farne una professione. Dopo tanto tempo, ahimè, quel sacro fuoco ha cominciato a perdere progressivamente di intensità (così è la vita…), ma non l’istinto viscerale di creare, che invece ha continuato a richiamarmi insistentemente attraverso l’impulso fisiologico di comunicare. Per qualche tempo ho provato a trattenere, perfino ad ignorare quel bisogno, finché la necessità di esprimermi è straripata, trovando nella pittura un nuovo linguaggio. Inizia così una rinnovata vita artistica, un percorso inedito alla scoperta di un mondo nuovo che oggi fremo del rinnovato desiderio di condividere così come ieri è stato per la musica.
PERCHÈ LA PITTURA
IL PROCESSO CREATIVO
Alla rituale domanda “come nasce una tua opera?”, la risposta è: “dopo una dura battaglia!”. E già, perché — per dinamiche che forse sono materia per “uno bravo” — io sono sempre in conflitto con il processo creativo: mi affaccio alla tela bianca (come alla tastiera muta del piano), armato di ispirazione e aspettative pronto a tenderle l’”agguato”; ma quel vuoto è difficile da sorprendere… In breve, a volte la musa mi assiste e ho la meglio io, altre devo ripiegare e ricominciare; in ogni caso nessun compromesso. Insomma, c’è chi raggiunge la catarsi durante il processo creativo, io invece la raggiungo solo al suo compimento. Bizzaro? Chissà. Il lato positivo è che, soprattutto per questo, dietro ogni mia opera c’è spesso una storia interessante da raccontare.